Chiedete il permesso per insegnare la matematica?
Il ddl Valditara sul consenso informato è diventato legge. È un errore che pagheranno i nostri figli.
Ieri il Senato ha approvato definitivamente il disegno di legge Valditara sul consenso informato in ambito scolastico. D'ora in avanti, nelle scuole medie e superiori italiane, ogni progetto che riguardi l'educazione alla sessualità e all'affettività dovrà essere autorizzato per iscritto dai genitori. Nelle scuole dell'infanzia e primaria, questi argomenti saranno invece vietati in modo assoluto. La legge è passata con 78 voti favorevoli e 38 contrari, lungo un prevedibile spartiacque ideologico.
Permettetemi una domanda semplice, forse persino banale: si chiede forse il permesso ai genitori per insegnare la grammatica? Per spiegare la Seconda guerra mondiale, con tutto il suo carico di violenza e orrore? Per affrontare in letteratura temi come la morte, il dolore, il tradimento? No. Perché quelle materie sono considerate cultura. Sono considerate formazione. Sono considerate, in una parola, scuola.
Allora qualcuno mi spieghi perché imparare a riconoscere le proprie emozioni non lo sarebbe. Perché educare al rispetto dell'altro, alla cura, al consenso, alla non violenza nelle relazioni dovrebbe richiedere una firma preventiva dei genitori per essere legittimo. La risposta, se ci si pensa onestamente, è che non c'è una ragione pedagogica. C'è solo una ragione politica.
Cosa fanno davvero questi progetti
Il dibattito pubblico su questa legge è stato avvelenato da una caricatura: quella dell'educazione sessuale come indottrinamento ideologico, come propaganda travestita da lezione. Chi ha avuto modo di osservare da vicino cosa succede realmente nelle classi — e in Valle d'Aosta la Sovrintendenza ha avuto la cura di raccogliere e documentare sistematicamente i progetti svolti nelle scuole del territorio — sa che la realtà è radicalmente diversa.
Lo dimostra con i numeri il monitoraggio condotto dalla Sovrintendenza agli studi della Valle d'Aosta, presentato nel febbraio 2026. Hanno risposto istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado — dall'infanzia alle superiori, statali e paritarie. Il quadro che emerge è quello di un'offerta educativa seria, progressiva e per nulla ideologica. Alla scuola dell'infanzia il lavoro sull'affettività è integrato nella quotidianità, gestito dai docenti, orientato alla costruzione del sé e alla relazione con l'altro. Alle elementari ci si concentra su emozioni, benessere e rispetto, con il supporto dello psicologo scolastico. Alle medie e alle superiori i percorsi diventano più espliciti sull'educazione affettiva e sessuale, condotti da personale qualificato — psicologi, operatori del Pangolo, ostetriche dell'Azienda USL — in coerenza con i contenuti curricolari delle Scienze. Significativo il fatto che in un istituto superiore siano
stati gli stessi studenti a chiedere di estendere il progetto a tutte le classi. La Sovrintendenza conclude senza mezzi termini: la scuola svolge un ruolo «significativo, competente e non ideologico» nell'educazione alle relazioni, all'affettività e alla sessualità, e rappresenta «una fondamentale azione di prevenzione del disagio, della violenza e delle distorsioni culturali» — in particolare quelle legate all'uso acritico dei contenuti digitali.
Questi percorsi insegnano ai ragazzi a dare un nome a quello che sentono. A riconoscere i segnali di una relazione tossica prima di trovarsi dentro una. A capire che il proprio corpo appartiene a sé stessi e che nessuno ha il diritto di disporne senza consenso. Insegnano l'empatia — quella capacità di mettersi nei panni dell'altro che è il fondamento di ogni convivenza civile, e che non si impara per osmosi, ma si coltiva, si allena, si educa.
Sono, in altri termini, strumenti di prevenzione. Contro il bullismo. Contro la violenza di genere. Contro l'isolamento di chi non capisce cosa sta vivendo e non sa a chi rivolgersi.
Il vuoto che la scuola non riempie, lo riempie qualcun altro e colpisce chi è già fragile
C'è una cosa che i sostenitori di questa legge sembrano non voler vedere: i ragazzi il sesso lo scoprono comunque. La domanda non è se, ma dove e come.
Oggi, nella stragrande maggioranza dei casi, la risposta è: attraverso la pornografia. Accessibile con un clic, gratuita, onnipresente. Un universo in cui il sesso è una performance, in cui il consenso non esiste, in cui i corpi — soprattutto quelli femminili — sono oggetti. In cui la violenza è normalizzata, anzi spesso estetizzata. I dati sulla fruizione di contenuti pornografici tra i minori in Italia sono inequivocabili: l'età media del primo contatto si aggira intorno agli undici anni.
Ecco il paradosso feroce di questa legge: saranno proprio le famiglie più restie, quelle che per pudore o per ideologia rifiuteranno di firmare il consenso, a lasciare i propri figli più soli davanti a quell'universo distorto. La scuola avrebbe potuto offrire loro uno spazio sicuro, con adulti preparati, per fare domande, per elaborare dubbi, per costruire una bussola. Questa legge glielo nega.
E il prezzo più alto lo pagano i più fragili. Non i ragazzi con famiglie aperte, dialoganti, capaci di parlare di sessualità e relazioni in modo maturo — quei ragazzi, in qualche modo, troveranno altre strade. A pagarlo saranno quelli con una famiglia che tace, che reprime, che condanna. Chi sta scoprendo un orientamento sessuale che in casa non può nemmeno nominare. Chi subisce violenza e non sa come chiamarla. Chi si sente sbagliato e non sa che non lo è.
Per loro, spesso, la scuola è l'unico spazio neutro. L'unico luogo in cui un adulto preparato può offrire strumenti, parole, riferimenti. Senza la firma dei genitori — che in questi casi sono esattamente il problema, non la soluzione — quei ragazzi resteranno soli. Soli con i loro dubbi, soli con le loro paure, soli davanti a uno schermo che insegna loro tutto il contrario di quello che avrebbero bisogno di sapere. Questa legge restringe quello spazio. E lo fa in nome della libertà delle famiglie — che è, in alcuni casi, la libertà di mantenere i propri figli nell'ignoranza.
Il fantasma del "gender"
Non si può parlare di questo provvedimento senza nominare il fantasma che lo abita: la cosiddetta "teoria gender". Il ministro Valditara l'ha evocata esplicitamente nel giorno dell'approvazione, parlando di tutela dei bambini dalla "confusione della propaganda gender".
Bisogna dirlo con chiarezza: la "teoria gender", così come viene descritta dai suoi oppositori, non esiste. Non è un programma scolastico, non è una dottrina pedagogica codificata, non è qualcosa che si insegna. È un'etichetta costruita in ambienti ideologici — molti dei quali fanno riferimento a una visione religiosa intransigente — per indicare, in modo volutamente vago e allarmistico, qualsiasi riflessione sull'identità, sulle differenze di genere, sull'orientamento sessuale. È un termine-panico, funzionale a mobilitare paure, non a descrivere una realtà.
L'omosessualità non è una malattia. Non è una devianza. Non è qualcosa che si "contrae" sentendone parlare a scuola. Sono affermazioni che la comunità scientifica internazionale ha archiviato decenni fa. Eppure il linguaggio di questa legge — e soprattutto le dichiarazioni di chi l'ha voluta — continuano a trattarla come una minaccia da cui i bambini devono essere protetti.
Proteggere i bambini dall'esistenza di persone diverse da loro non è educazione. È censura.
L'autonomia scolastica come valore da difendere
C'è un'ultima questione, che riguarda il funzionamento stesso della scuola pubblica. L'istruzione in Italia non è un servizio a domanda individuale, personalizzabile famiglia per famiglia in base alle convinzioni di ciascuno. È un bene comune, fondato su un'idea condivisa di formazione del cittadino. I programmi scolastici non si costruiscono per soddisfare le preferenze dei singoli: si costruiscono per rispondere ai bisogni formativi della persona e della società.
Accettare il principio per cui ogni contenuto "sensibile" — e chi decide cosa è sensibile? — debba essere autorizzato dalle famiglie è aprire una porta molto pericolosa. Domani potrà essere l'evoluzione, per qualcuno incompatibile con le proprie convinzioni religiose. Dopodomani la storia del colonialismo, o la Shoah, o qualsiasi altro argomento che disturbi qualcuno.
La scuola pubblica ha la responsabilità di educare anche — soprattutto — dove la famiglia non arriva, non può, o non vuole. Sottrargliela, pezzo per pezzo, non è un atto di rispetto verso le famiglie. È un impoverimento di tutti.
Questa legge non protegge i bambini. Li lascia soli. E lo fa nel nome di una paura ideologica che non ha basi nella realtà delle nostre scuole — come i dati raccolti in Valle d'Aosta dimostrano con chiarezza.
Abbiamo perso un'occasione. Speriamo di non perdere anche i ragazzi che questa legge ha abbandonato.